Le conseguenze economiche del Covid

Valutare i danni provocati da uno tsunami mentre l’onda – speriamo – di risacca non è ancora rientrata è un esercizio teorico, certo, ad alto rischio. Ma può quanto meno assicurare una prima indicazione qualitativa sulla tenuta dei territori. La terza parte del Rapporto Ben-vivere prova per questo a tastare lo stato di salute dell’attività economica nelle province italiane, utilizzando i pochi dati congiunturali disaggregati di cui al momento è possibile disporre. In primo luogo le rilevazioni di Unioncamere sui tassi di creazione e distruzione d’impresa a livello locale. Arricchite poi dall’indagine congiunturale dell’Istat.
L’obiettivo, in fondo, è misurare al risposta emergenziale del sistema produttivo alla pandemia, partendo dalla geografia e dalla morfologia aziendale. Per ricavarne alcune indicazioni utili sulle politiche per la ripresa e sollecitare il miglior utilizzo delle risorse europee, tenendo bene a mente che non potranno essere quelle as usual. La pandemia è infatti un incidente della storia che modifica la strada verso lo sviluppo sostenibile anche nel nostro Paese.
La prima evidenza statistica è dunque un rallentamento dell’attività economica distribuito su tutto il territorio nazionale. Ma le aree più colpite sono quelle del Nord, seguite dalle Regioni centrali e da quelle meridionali. Non è una sorpresa: l’andamento è coerente con la curva pandemica in Italia. Analizzando infatti la correlazione fra decessi e tasso di variazione delle imprese – quante hanno chiuso e quante sono invece nate – i dati mostrano come le province dove ci sono stati più morti sono anche quelle che hanno avuto un tasso di crescita nel terzo trimestre inferiore rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Nelle aree del Sud, tuttavia, non è stata solamente la minor virulenza ad aver aiutato il tessuto economico: in Sicilia, ad esempio, una delle Regioni con meno contagi in primavera, quasi tutte le province dell’Isola hanno una quota di imprese definite "essenziali" superiore al 44%. Sono le attività per cui è stata possibile la continuità produttiva in base ai Decreti del governo operanti in settori come l’agricoltura, la pesca, l’alimentare, il commercio all’ingrosso e la finanza. I dati Istat suggeriscono invece come le piccole imprese siano quelle che hanno sofferto di più. Sono le micro-imprese artigiane ad aver registrato, in proporzione, la perdita di fatturato più consistente. Perché non disponevano di spazi adeguati alle esigenze di distanziamento imposte dal Covid-19 e non erano in grado di attuare adeguate misure di sanificazione. In molti casi, pur rientrando nei settori essenziali, hanno dovuto comunque chiudere durante il lockdown. Un’altra variabile discriminante per le attività economiche nella fase acuta della pandemia è stata lo smart working. Per tante aziende si è trattato di un autentico stress test. Ne sono uscite addirittura rafforzate molte grandi imprese, capaci di passare in modalità di lavoro da remoto nel giro di ventiquattr’ore. I servizi di informatica, le attività scientifiche e quelle finanziarie i settori più avvantaggiati. Trasporti ed eventi dal vivo quelli più penalizzati. Una prima interpretazione generale dei dati analizzati, spiega il Rapporto, è che «le decisioni di chiusura o l’impossibilità di proseguire l’attività economica sono dipese anche da fattori diversi rispetto a quello della diffusione del virus: choc di domanda o di offerta, paralisi della filiera produttiva». Una seconda suggerisce come «le imprese delle Regioni settentrionali potrebbero aver maggiormente forzato la mano cercando di continuare l’attività. E questo sarebbe coerente con i dati sul ruolo delle imprese artigiane e con la maggior diffusione del virus nel Nord del Paese».
Fino a qui arrivano le evidenze empiriche, i primi numeri congiunturali, con il mare ancora agitato. Ma la “narrazione economica” del Coronavirus, per usare la felice espressione del premio Nobel Robert J Shiller, è tutta da scrivere. Fortunatamente, il Rapporto mette a disposizione la traccia: gli indicatori di un benessere che al centro vede la generatività.

Marco Girardo
Avvenire

– riproduzione riservata –

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