Inquinamento e pandemia

«Se teniamo conto del fatto che anche l’essere umano è una creatura di questo mondo, che ha diritto a vivere e ad essere felice, e inoltre ha una speciale dignità, non possiamo tralasciare di considerare gli effetti del degrado ambientale, dell’attuale modello di sviluppo e della cultura dello scarto sulla vita delle persone».
Il paragrafo 43 dell’enciclica Laudato si’ coglie un aspetto che, alla luce della pandemia di Covid-19, assume un valore speciale nel momento in cui rimarca la necessità di guardare con attenzione al legame tra un modello di sviluppo disinteressato agli effetti sull’ambiente, e dunque capace di compromettere la salute, e la qualità della vita complessiva delle persone. È una lezione che abbiamo sperimentato sulla nostra pelle, come comunità umana, e che ora offre l’opportunità e il dovere di trasformare in azioni concrete. In questo senso il Rapporto 2020 sul Ben-Vivere nei territori italiani concede molti spunti nella parte in cui esamina quei fattori “ambientali” che possono aver favorito la diffusione del contagio. E dai quali è necessario partire se si vuole interpretare questa crisi per costruire un nuovo rapporto tra le persone e i luoghi in cui si vive, si abita, si lavora, si tessono relazioni, ci si cura e ci si prende cura gli uni degli altri.
C’è un dato dal quale si può partire: 582 morti in meno al giorno. È la stima di quante vittime di Covid avremmo potuto evitare se tutta l’Italia fosse costituita da comuni-parco. Da luoghi, cioè, caratterizzati da un’ampia presenza di aree naturali protette o riserve. Un migliore equilibrio tra risorse ambientali e contesto economico e produttivo, in sostanza, avrebbe potuto, se non bloccarne l’espansione, di certo limitare l’impatto della pandemia.
Occorre sgomberare il campo dagli equivoci: il virus ha colpito dove è arrivato, dove ha manifestato una carica virale significativa, dove la densità delle relazioni e degli spostamenti si è rivelata più intensa, e dove le attività produttive hanno avuto più problemi ad essere fermate. Tuttavia diverse ricerche hanno dimostrato che ad incrementare non di poco i tassi di mortalità sono stati fattori come la cattiva qualità dell’aria o la carenza di grandi “polmoni verdi” (vivere in una zona costiera sembra essere stato un vantaggio). Anche per questo il Nord è stato particolarmente colpito: la Lombardia ha contato il 36,5% dei contagi e il 47% delle vittime di Covid-19.
Il discorso sul sistema produttivo è particolarmente interessante se si guarda a come la quota di imprese artigiane di un’area si è accompagnata a maggiori contagi e decessi. È altamente probabile, cioè, come avvenuto negli Stati Uniti dove una larga parte di popolazione non ha copertura sanitaria né di welfare, che la necessità di continuare a lavorare per mantenere entrate necessarie al sostentamento, sia stato un fattore critico. La qualità dell’aria – che ovviamente si lega a una maggiore presenza umana, oltre che a superiori quote di attività produttive e spostamenti – è risultata un fattore ancora più decisivo. Se si confrontano le classifiche con il maggiore numero di decessi Covid per 1.000 abitanti e quella dei comuni che nel 2017 hanno superato più spesso i limiti di legge per le emissioni di Pm10 e Ozono, la correlazione è molto forte (Cremona è in testa in entrambe le graduatorie). Una ricerca dell’Università dei Harvard ha dimostrato che negli Usa l’esposizione di lungo periodo alle polveri sottili (Pm2.5) ha determinato un effetto significativo dei morti, e alla stessa conclusione sono giunte una ricerca olandese su 355 comuni, uno studio sul Nord Italia e un lavoro tedesco. Due ricerche italiane (L. Becchetti, G. Conzo, P. Conzo e Salustri) hanno confermato che il numero cumulativo di casi positivi e decessi per 1.000 abitanti al 15 aprile 2020 tende a concentrarsi nelle province con i livelli di inquinamento più alti nel 2018.
È intuibile che laddove l’inquinamento contribuisce ad abbassare le difese immunitarie e favorisce le patologie polmonari, le complicazioni dovute al contagio del virus Sars-CoV-2 abbiano beneficiato di una peggiore qualità dell’aria. Ma è proprio questo il punto. Se resta da verificare la possibilità che le particelle di smog veicolino il virus fino al contagio, a noi resta capire quanto siamo disposti ad accettare l’idea che la creazione di valore economico debba accompagnarsi al degrado delle risorse naturali. Tra la possibilità di vivere in un parco naturale e quella di abitare in un contesto privo di cura e attenzione per il territorio, insomma, esiste la possibilità e il dovere di agire concretamente per migliorare tutto quanto è alla portata, intervenendo con decisione sui riscaldamenti domestici, i trasporti, l’industria, l’agricoltura. La ricerca del
Ben-Vivere, passa anche da questa nuova consapevolezza.

Massimo Calvi
Avvenire
– riproduzione riservata –

Approfondimenti

Inquinamento e pandemia

Così il virus ha seguito lo smog – Contagi e decessi sono correlati a inquinamento e degrado ambientale dei territori. Le azioni per cambiare
in meglio


Classifica generatività in atto

Territori generativi, perciò felici – Quando il proprio agire riesce a incidere sulla qualità della vita. Vince ancora il Nordest, Lodi e Brescia
scalano posizioni


Le conseguenze economiche del Covid

Tsunami sugli artigiani del Nord – I primi effetti misurabili della pandemia sull’attività economica. Lo smart working più di una zattera di salvataggio


Classifica Ben-Vivere 2020

Il Ben-vivere? Nelle province del NordBolzano, Pordenone e Trento ancora in testa nella seconda edizione della nostra ricerca. Buon piazzamento dei centri medi, il Sud arranca


Ben Vivere: alla ricerca della città realmente ideale

L’Italia oltre il Pil: in testa Bolzano e Trento. Avvenire con la Scuola di economia civile e il supporto di Federcasse ha compilato una graduatoria in base a vari indicatori di qualità della vita (di Francesco Riccardi)


Ambiente,
Turismo e
Cultura

1
...
2
...
3
...